Il metodo Trump per calcolare i dazi: semplice, ma funziona davvero?
Nel 2025 si torna a parlare di dazi doganali USA, e il motivo è il ritorno della cosiddetta logica “reciproca” voluta da Trump. Un metodo tanto semplice quanto discutibile, che ora rischia di avere impatti seri sul commercio globale – e in particolare sui rapporti tra Stati Uniti ed Europa.
Provo a spiegare in modo semplice come funziona questo sistema, perché sta facendo discutere e cosa potrebbe succedere se davvero venisse applicato in modo esteso.
Come Trump calcola i nuovi dazi doganali
Il presidente degli Stati Uniti ha tirato fuori una formula piuttosto “fai da te” per stabilire i dazi da imporre alle importazioni.
Ecco la sua logica:
Prende il deficit commerciale degli USA con un Paese (cioè quanto gli Stati Uniti importano in più rispetto a quanto esportano).
Divide quel numero per il totale delle importazioni da quel Paese.
Dimezza il risultato... per “essere gentile”.
Un esempio pratico:
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Se gli USA importano 100 miliardi e ne esportano 60, il deficit è 40 miliardi.
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40 / 100 = 40%
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Tagliando a metà, si arriva a un dazio del 20%
E questo 20% diventa il cosiddetto dazio “reciproco”.
Una logica che semplifica troppo
Sulla carta sembra tutto chiaro: “Tu mi vendi più di quanto io riesca a venderti, quindi mi stai ostacolando. Ti metto una tariffa proporzionale”. Ma questa è una visione semplificata al limite del caricaturale.
Nel commercio internazionale ci sono:
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Accordi bilaterali
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Settori protetti da norme sanitarie o ambientali
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Incentivi interni, gusti di mercato, politiche industriali…
Insomma, non si può ridurre tutto a una divisione tra numeri di bilancio commerciale. È come spiegare una sinfonia suonando solo due note.
L’Europa sotto i riflettori
Prendiamo l’Unione Europea, uno dei principali partner commerciali degli USA.
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La Germania esporta molte automobili negli Stati Uniti.
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Gli USA esportano in Europa tecnologie, servizi, prodotti agricoli.
Con la formula di Trump, si calcola un dazio “reciproco” basandosi sul deficit globale USA con l’UE. Ma non si considerano barriere reali, eccezioni settoriali, né norme specifiche (es. la carne americana con ormoni, vietata in UE per motivi sanitari, non per protezionismo).
Le principali critiche al metodo Trump
Diversi economisti (anche americani) e analisti europei non sono affatto convinti. Ecco perché:
1. Ignora la filiera globale
Un’auto tedesca può avere pezzi italiani, francesi o persino americani. Etichettarla come “prodotto straniero da penalizzare” è fuorviante.
2. Rischio di guerra commerciale
Se gli USA impongono dazi in modo unilaterale, l’Unione Europea potrebbe rispondere. E colpire brand simbolici come Tesla, Levi’s, Jack Daniel’s o Harley-Davidson. Da lì, l’escalation è assicurata.
3. Danni per consumatori e imprese
Più dazi = prezzi più alti. Sia per chi compra in America, sia per le aziende europee che esportano. Meno vendite, margini ridotti, crescita frenata.
Quali effetti per l’Europa?
Se i dazi USA 2025 entrano in vigore con queste modalità, l’impatto per l’Europa è serio:
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Prodotti europei diventano meno competitivi negli USA (es. vino italiano, formaggi francesi, cosmetici tedeschi…).
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Alcune aziende potrebbero spostare la produzione negli USA per evitare i dazi. Ma le PMI non possono permetterselo.
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Si rafforza il rischio di perdita di quote di mercato a vantaggio di Paesi con trattati più favorevoli.
Una strategia o uno slogan?
A ben vedere, questa formula dei dazi sembra più uno slogan politico che una reale strategia economica.
Il messaggio è chiaro: “se vendi troppo, ti punisco”. Ma non è detto che vendere tanto sia segno di slealtà. A volte è solo questione di qualità, efficienza o preferenze del mercato.
Cosa può fare l’Europa?
L’UE si trova in una posizione complicata:
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Difendere le esportazioni senza alimentare tensioni.
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Evitare misure impulsive che danneggino i consumatori.
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Rinegoziare trattati, proteggere settori strategici, e puntare su accordi multilaterali più stabili.
Il cosiddetto “metodo Trump” per calcolare i dazi è troppo semplificato per un mondo globalizzato. Non tiene conto delle filiere produttive, degli accordi in vigore e delle reali condizioni di mercato.
Se davvero si vuole risolvere il problema degli squilibri commerciali tra USA ed Europa, servono strategie condivise, diplomazia e visione di lungo periodo. Altrimenti, i dazi rischiano di diventare solo armi di propaganda, con danni concreti per aziende e cittadini — da una parte e dall’altra dell’Atlantico.